Bagni di foresta: cosa sono, come praticarli, perché giovano alla salute e al benessere

Bagni di foresta: cosa sono, come praticarli, perché giovano alla salute e al benessere

Bagni di foresta: cosa sono, come praticarli, perché giovano alla salute e al benessere” è stato pubblicato su Vegolosi, magazine di cultura e cucina 100% vegetale

C’è una frase che prima o poi abbiamo pronunciato tutti: “Vado a prendere un po’ d’aria”. Ma dove andiamo davvero? Per la maggior parte delle persone, oggi, un sentiero nel bosco non è la soluzione più immediata. Se siamo fortunati, la sola possibilità di fare una pausa pranzo al parco piuttosto che tra le mura dell’ufficio ci può svoltare la giornata, ma spesso la cosa più verde e prossima che abbiamo a disposizione è un balcone o un documentario sulle foreste pluviali alla TV. 

Un tempo alberi e foreste erano letteralmente le nostre abitazioni, oggi per costruire condomini e città non facciamo che disboscare quella stessa terra che ci continua a ospitare. Eppure è rimasto qualcosa: un sapore di casa e di ritorno, un senso di risveglio che ci avvolge ogni volta che mettiamo piede in un luogo circondato da piante e alberi. È un profumo che ci riconnette al tempo presente, al nostro essere animali e che ci fa sentire immediatamente vivi e liberi, al di là delle gabbie dei doveri e degli automatismi quotidiani. Ma non si tratta solo di percezioni soggettive, trascorrere del tempo nella natura ha dei benefici sul nostro organismo dimostrati dalla scienza. Si tratta di studi antichi, provenienti dall’oriente e approfonditi con l’ausilio delle più recenti tecnologie disponibili nel campo della ricerca medica. Basti pensare che in alcuni Paesi, ad esempio del Nord d’Europa, sono proprio i medici a prescrivere, al posto di un certo farmaco, una passeggiata nel bosco. La dottoressa Giovanna Borriello è una ricercatrice ed esperta di queste tematiche.

Dottoressa, che cosa vuol dire “Medicina Forestale”?

Si tratta di un termine che definisce l’applicazione della Forest Therapy, in italiano “bagni di bosco”. Questa pratica è nata con l’obiettivo di studiare e contribuire al conseguimento di uno stato di benessere e di salute della persona, sia attraverso attività di prevenzione che di recupero funzionale, grazie al contatto con ambienti boschivi e in particolare con gli alberi. È una tipologia di medicina che può essere intesa come complementare a quella tradizionale, avvalendosi di un’ampia mole di ricerche nate in Giappone e Corea negli anni Ottanta, nelle quali gli scienziati hanno approfondito gli effetti benefici dell’immersione nella natura, notando un aumento delle difese immunitarie, un effetto benefico sul tono dell’umore e sulla regolarizzazione della pressione arteriosa. Tale disciplina è diventata poi oggetto di interesse da parte di noi europei in tempi molto più recenti. Successivi studi hanno quindi dimostrato come il semplice trascorrere un pomeriggio a contatto con la natura sia in grado di far migliorare, con risultati stabili per settimane, sostanze preziose in campo immunitario (endorfine, interferone, oppioidi endogeni), serotonina (ormone della felicità), ossitocina (ormone che facilita il rilassamento muscolare) e di ridurre, invece, l’attività ortosimpatica e il cortisolo (stress). E tutto questo senza farmaci e senza effetti collaterali.

Cosa significa, nella pratica, avere un contatto con boschi e foreste?

La pratica della Medicina Forestale prevede la partecipazione ai cosiddetti “bagni di foresta” che è la traduzione letterale del termine giapponese shinrin-yoku che ha dato avvio a tali pratiche, ma che è traducibile ancor meglio con la parola “immersione”. Questo termine serve a indicare il graduale passaggio da uno stato di consapevolezza e di contatto con la natura molto superficiale a uno estremamente profondo. È infatti in questi momenti che si riescono a ottenere i maggiori benefici dalla presenza in natura, con effetti tangibili su numerosi parametri biologici correlati all’attività del sistema nervoso vegetativo autonomo e quindi a quell’insieme di funzioni, del nostro organismo, deputate al mantenimento della cosiddetta omeostasi, ovvero dell’equilibrio tra le diverse sollecitazioni che ci mantengono in vita. Non si tratta solo di “abbracciare un albero” anche se questa è, ad esempio, una delle tante azioni  che sono proposte durante le immersioni. Il beneficio percepito, misurabile con alcuni strumenti di facile utilizzo, si ricava dall’inalazione dei cosiddetti BVOC, una sigla inglese che significa “composti volatili biogenici”, sostanze che vengono emesse dagli alberi e distribuite nell’ambiente circostante, a volte anche fino a diversi chilometri di distanza dalla pianta che li produce. Si tratta di molecole chimiche complesse, fondamentalmente appartenenti alla famiglia dei terpeni, sostanze aromatiche presenti in tutte le piante e dotate di spiccate proprietà ed effetti benefici per la salute.

Da medico, per quale motivo e da quanto tempo ha deciso di avvicinarsi allo studio di questa particolare disciplina?

Sono neurologa e mi occupo da oltre vent’anni anni di una patologia molto complessa e potenzialmente invalidante, la sclerosi multipla, per la quale sono responsabile del centro di riferimento regionale Lazio all’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e fondatrice, nel 2012, della ONLUS Semper mobilis appunto a favore delle persone affette da tale patologia. Sono venuta a conoscenza della Medicina Forestale e del percorso per diventare Esperto facilitatore” in tale disciplina nel 2020, grazie alla veterinaria che segue i miei cani (ne ho quattro!), che ne stava all’epoca seguendo il corso di formazione. Mi ha da subito molto incuriosita, anche perché in quel periodo avevo avuto notizia del fatto che vi fosse la possibilità di prescrivere passeggiate in natura, da parte dei medici, in sostituzione degli psicofarmaci e che in Scozia, Svizzera e altri Paesi fosse una pratica accettata e condivisa a livello sociale e istituzionale. Ho immaginato quindi che potesse essere un approccio molto valido per le persone che seguo, in quanto dopo molti anni sono ormai consapevole che il vero obiettivo del trattamento di una malattia cronica e a oggi incurabile come la sclerosi multipla debba essere la qualità della vita della persona stessa. I farmaci di cui disponiamo sono estremamente efficaci sulla maggior parte delle forme ma non sufficienti ad assicurare un benessere persistente o una adeguata qualità di vita, almeno non in tutti i pazienti, motivo per cui è giusto aprire la strada a possibilità nuove e con un razionale scientifico di base valido. Ho potuto verificare, personalmente, sui miei pazienti come sia importante saper gestire lo stress e riuscire a convivere con diverse disfunzioni e limitazioni per poter affermare di vivere una vita il quanto più soddisfacente possibile.

La Medicina Forestale ha una base scientifica che ne giustifica, a tutti gli effetti, la veridicità e l’efficacia?

La ricerca scientifica ha prodotto già dai primi anni Ottanta lavori scientifici validi e ben condotti su questa tematica. In realtà, l’interesse negli ultimissimi anni è aumentato enormemente forse anche a causa della pandemia da Covid-19, che ha costretto anche la comunità scientifica a rivalutare approcci terapeutici praticabili in assenza o con importante limitazione del rischio di contagio tra le persone e, soprattutto, a ricercare possibilità alternative di ottenimento di benefici fondamentali per un corretto stile di vita. Agire secondo principi sani permette infatti di evitare, o comunque rallentare, l’evoluzione di patologie ormai estremamente frequenti e correlate, ad esempio, a disfunzioni del metabolismo, problematiche cardiovascolari e immunitarie, nonché psichiche. Recentemente, dal nostro gruppo di ricerca, è stata prodotta una pubblicazione inerente alla qualificazione della Selva di Castelfidardo nelle Marche, ambiente destinato alle immersioni, tecnicamente, un forest bathing center. L’interesse dimostrato anche da altre riviste, reti televisive locali e canali radio è stato rilevante e molto soddisfacente per tutti noi. Abbiamo stretto molte collaborazioni scientifiche anche con altre università. Nella ricerca scientifica la compartecipazione è importante, ad esempio, al momento sono ricercatrice presso l’università La Sapienza di Roma ma ho progetti in corso da anni con l’Università del Foro Italico, la Vanvitelli di Napoli e molte altre. Per fortuna, non sono pochi i colleghi che mi cercano incuriositi dalla possibilità di avviare i propri pazienti alle immersioni: è un buon segnale per queste pratiche.

Ci sono quindi delle patologie specifiche per cui le immersioni nella foresta forniscono dei benefici maggiori o sono consigliabili?

Ci sono patologie che, negli anni, hanno effettivamente riscontrato un tangibile impatto benefico da queste pratiche: malattie dismetaboliche croniche (come ad esempio il diabete, l’ipercolesterolemia, il sovrappeso ecc.), malattie della sfera dell’autoimmunità, malattie psichiatriche e disturbi psicologici in senso lato. 

In alcuni Paesi i medici possono prescrivere un’immersione nella foresta, attraverso ricetta, come qualsiasi altro farmaco…

La prescrizione sotto forma di vera e propria ricetta bianca medica su carta intestata è una realtà nel Nord Europa. Verosimilmente, in Italia, tra qualche anno sarà attuabile anche se forse, per i prossimi anni, il numero di medici disponibili ad approfondire questa tematica sarà ancora troppo basso. Spero di sbagliarmi, però, e che la crescita sarà sostanziale.

Ci potrebbe spiegare come funziona, concretamente, una giornata tipo di “immersione nella foresta”?

L’immersione presenta sempre una struttura precisa e riproducibile, si può variare rispetto ad alcune attività ma l’obiettivo, le pause, le nozioni trasmesse e soprattutto la “ricarica” percepita alla fine di un’immersione sono aspetti comuni a tutte, molto importanti e da non stravolgere. Il rischio, infatti, è quello di allontanarsi dall’obiettivo principale, ovvero il raggiungimento o mantenimento di un equilibrio, a favore della voglia o della necessità a far svolgere certe attività in natura. L’immersione deve quindi contenere adeguate pause in quanto prevede lo svolgimento di una passeggiata tranquilla e che non affatichi chi partecipa, in quanto concettualmente aperta e praticabile da tutti. Si possono svolgere, oltre a una meditazione e ad alcuni giochi di conoscenza iniziali, diverse attività: yoga, mindfulness, lettura di libri, danzaterapia, conoscenza di oli essenziali, tai-chi e così via. Lo spettro è molto ampio.

Eppure non abbiamo ancora ben definito un rapporto vero con le piante. Per molti rimangono oggetti, persino “ornamenti”…

Le piante sono esseri viventi con un ciclo vitale esattamente come noi e gli animali. Spesso purtroppo lo dimentichiamo, obnubilati dalla convinzione di essere creature superiori quando, invece, – detto tra noi – a volte è proprio il contrario. La nostra sopravvivenza dipende dalle piante, credo sia facile comprenderlo: basta soffermarsi un attimo a riflettere su chi è che fornisce ossigeno, nutrimento e supporto a ogni nostra attività umana. Ovviamente, se parliamo di effetto terapeutico, esistono piante che performano meglio di altre, come ad esempio le conifere, l’insieme di tutte quelle piante con le foglie a forma di ago come il pino, l’abete, il cedro, il cipresso, il ginepro, il tasso, in quanto sono in grado di emanare BVOC molto penetranti e ricchi di sostanze benefiche tra cui il pinene e il limone. Ttutti noi siamo venuti a conoscenza dell’efficacia della quercetina contro l’infezione da Covid-19. Si tratta di un flavonoide in grado di fungere da pigmento e presente in diverse piante medicinali, come ad esempio il sambuco, il Ginko e l’iperico, oltre che nella corteccia dei fusti delle querce. 

I bagni di foresta sono aperti e accessibili a tutti, compresi bambini e portatori di disabilità e non occorre alcuna preparazione preliminare. L’accessibilità è proprio una delle caratteristiche principali di questa pratica

Come viene scelto il luogo fisico nel quale svolgere l’immersione? Ci sono dei parametri precisi da rispettare o a cui fare riferimento?

Il posto destinato all’immersione – il cosiddetto forest bathing center – deve avere, ovviamente, alcune caratteristiche. In primis, bisogna considerare alcuni parametri legati alla salubrità generale del luogo e per cui ogni volta è necessario effettuare prima un percorso di qualificazione delle acque e del suolo. In seguito, si avvia una dimostrazione della potenzialità del sito nel determinare un effetto benefico sulla salute umana, attraverso la raccolta di parametri biologici e test di qualità di vita pre e post-immersione, che deve durare almeno quattro ore per causare una modifica evidenziabile di tale beneficio. Ad oggi il processo di qualificazione ha raggiunto diverse località in tutta Italia e si possono verificare le aree destinate sul nostro sito o sui canali social.

Chi è l’Esperto della Scuola Italiana di Medicina Forestale?

La figura di “Esperto facilitatore in Medicina Forestale” nasce per l’esigenza di creare un conoscitore delle tematiche di pertinenza della Medicina Forestale e della neurobiologia vegetale, capace di guidare singoli o gruppi di persone all’interno degli ambienti boschivi secondo lo schema di immersione, che nel caso della nostra Associazione è in assoluto allineamento con la Scuola Giapponese. Per tale motivo è nata appunto una Scuola italiana di Medicina Forestale che prepara chiunque voglia avvicinarsi a questa possibilità. Non occorre essere medici, anche se ovviamente la preparazione specifica richiede un percorso più breve rispetto a chi viene da un diverso percorso di studi. La possibilità di prescrivere le immersioni rimane però ad appannaggio della classe medica. 

La Medicina Forestale pare essere quindi in grado di integrare più saperi. Ad esempio, sul vostro sito on-line è possibile scaricare una “partitura delle piante”. Davvero possiamo “ascoltare” le piante?

Sono possibili numerosi approfondimenti intorno all’argomento “piante”. Ad esempio,  abbiamo organizzato un corso di erboristeria urbana per il riconoscimento delle piante che sono nelle nostre città oppure un altro di osteopatia vegetale, meglio detta plant-fullness. Uno degli aspetti in grado, però, di scatenare un maggiore successo e interesse è proprio la “Musica delle piante”», la possibilità di tradurre i segnali provenienti dalle piante in vere e proprie melodie musicali, frutto dell’utilizzo di un apparecchio molto semplice ma con un significativo impatto emozionale.

Per chi ha un animale domestico, c’è qualche modalità di interazione con le immersioni nella foresta?

Certamente: tra le varie opportunità, per gli amanti degli animali e in particolare dei cani, vorrei proprio segnalare la possibilità di portare con sé il proprio amico a quattro zampe, in modo da realizzare la cosiddetta pet forest-therapy

C’è un episodio particolare che ricorda di aver vissuto in correlazione alla pratica della Medicina Forestale?

Lo scorso gennaio, durante un’immersione a Villa Pamphili a Roma, durante la fase finale quando di solito si invitano i partecipanti ad abbracciare un albero o comunque a stabilire un contatto molto stretto con uno tra quelli che più ci «attirano» nel bosco. Partecipava, quel giorno, una mia paziente di 38 anni, che aveva da poco vissuto un momento molto difficile. È una persona molto forte, dinamica, allegra e reattiva che aveva scelto di partecipare più per curiosità, per avere un’occasione per distrarsi, che perché convinta di ricavarne un beneficio concreto per sé stessa. Ebbene al momento di richiamare tutti, dopo la fase dell’abbraccio con le piante, non vedendola tornare sono andata a cercarla: era seduta sotto un albero a piangere copiosamente, non riusciva a smettere e per questo non rientrava nel gruppo. Fino ad allora, infatti, tutti l’avevano percepita come una persona molto allegra, quasi spensierata, cosa che però in quel momento della sua vita non corrispondeva assolutamente alla realtà del suo vissuto. Mi ha poi spiegato che il contatto con l’albero le aveva scatenato la crisi di pianto liberatorio e che ne era rimasta molto colpita e comunque sollevata. Mi è capitato anche in altre occasioni di vedere reazioni emotive molto forti al momento del contatto stretto con gli alberi, ma questa mi ha colpito particolarmente perché la reazione è stata, davvero, imprevedibile.

Il bagno di foresta scatena spesso reazioni emotive forti e inattese in chi lo pratica

La Medicina Forestale è per tutti o bisogna avere una preparazione “atletica” anche solo di base?

Le immersioni sono aperte e accessibili a tutti, compresi bambini e portatori di disabilità e non occorre alcuna preparazione preliminare. L’accessibilità è proprio una delle caratteristiche principali di questa pratica e permette di avvicinare un gran numero di persone diverse tra loro. Esistono calendari aggiornati, con la lista delle immersioni organizzate dai nostri esperti su tutto il territorio nazionale. Per ogni immersione sono descritti i tempi previsti e le attività ideate. Ad esempio, certe esperienze pensate soprattutto per chi ama la meditazione, la mindfulness e le tecniche di respirazione tipo il rebirthing, hanno di solito un riscontro molto positivo da parte di numerosi utenti. Chi partecipa per la prima volta dovrebbe considerare, almeno, due aspetti fondamentali: occorre mantenere un comportamento di rispetto e ascolto nei confronti della natura che ci ospita in quel momento e, soprattutto, bisognerebbe provare a sforzarsi per favorire il silenzio eliminando anche fonti di disturbo, quali orologi e cellulari. Ciò potrebbe apparire un gesto semplice ma assicuro che, a causa della frenesia e dell’urgenza del nostro vivere quotidiano, non è poi così facile come sembra liberarsi, anche solo per poche ore, di certe abitudini.

Spesso si è accusato il “progresso scientifico” di essere causa di rovina e degrado della natura ma la Medicina Forestale, pur basandosi sulla scienza, non solo sembra ricercare un contatto concreto con l’ambiente ma pare addirittura tutelarlo. Da medico, che relazione vede tra scienza e natura? È ancora possibile una collaborazione?

Il rapporto Uomo-Natura ha subito un mutamento radicale, tanto che si è coniato il termine Antropocene per definire la gravità dell’impatto dell’uomo sull’ambiente circostante e credo sia visibile a tutti e innegabile, ormai, che le conseguenze per la totalità delle specie viventi siano in gran parte irreversibili. Come medico e persona dedita alla scienza posso affermare che i processi di adattamento reciproco sono fallimentari se l’obiettivo rimane quello di far prevalere il nostro interesse esaurendo le risorse disponibili e sfruttando in maniera intensiva il territorio e gli altri animali. Esistono realtà di sfruttamento che meriterebbero una legislazione severissima e soprattutto limitazioni ingenti, ma sono tematiche care ancora a pochi purtroppo. La medicina, oggi, si muove verso l’ultra-specializzazione e la digitalizzazione, aspetti che creano spesso uno scollamento rispetto alle esigenze del singolo malato. Personalmente, ritengo che sia compito di un buon medico non tralasciare mai gli aspetti di qualità della vita e di recupero funzionale che la natura offre, occorre conoscere tutte le armi disponibili per contrastare una patologia o uno stato di malessere, senza barriere mentali e cercando di valutare un approfondimento laddove esiste un razionale scientifico dimostrato nei confronti di certe pratiche. Alla domanda specifica se sono ottimista rispetto a questa visione, purtroppo, la risposta è: no. Vedo troppe deviazioni gravi rispetto a un concetto di rispetto della natura e della vita degli animali per pensare che possa esserci un’ inversione di tendenza, ma certo finire un’intervista così non sarebbe bene… La speranza va sempre alimentata e come medico lo posso affermare con certezza, perciò, consapevoli che la Terra è troppo spesso messa in pericolo, per colpa dei comportamenti sociali e individuali sconsiderati, occorre davvero lo sforzo di tutti per richiamare l’attenzione sulla tutela del nostro pianeta.

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